personaggi del passato- Borgovecchio
La contrada di Borgovecchio confinava con una zona non edificata in cui forse un tempo si coltivavano gli orti suburbani e con un ampio viale di ippocastani che serpeggiava sul tracciato dell’antico fossato, ma, almeno al tempo di cui mi ricordo, ospitava un vasto gioco da bocce e uno spiazzo in cui si fermavano i carrozzoni delle giostre e degli scalcinati, piccoli circhi equestri, praticamente la sola forma di divertimento popolare. A interrompere la cerchia compatta delle case aprirono negli anni ’50 un sottopasso, unico accesso allo spazio esterno, fiancheggiato da una modesta trattoria, un’osteria con rivendita di tabacchi, tenuta da un personaggio pittoresco: “al gobb Sigòla,” un ometto del tutto simile ad un goblin, con una assai prominente gibbosità che ne spiegava l’epiteto in modo lapalissiano e con una moglie arcigna e rossa di pelo, non altrimenti nota che come “la Dirce d’Sigòla”, la Dirce di Cipolli, posto che Cipolli o Cipolla fosse l’autentico cognome della famiglia e non uno di quei soprannomi che si affibbiavano nei paesi e che rimanevano nell’uso molto più di qualsiasi cognome registrato all’anagrafe. Non essendovi né soggiorni, tantomeno salotti o sale da pranzo nei numerosi alloggi della strada medievale di Borgovecchio, la trattoria con annesso spaccio di tabacchi era la meta e il fulcro della vita sociale della contrada: lì si andava a giocare a carte o la schedina del Totocalcio, la Sisal, o a comprare i mezzi toscani e le sigarette sfuse (in certe bustine di carta sottile, due o tre alla volta) e lì si raccontavano vita, morte e miracoli di tutta la gente del borgo. Questa normale rete di rapporti personali regalava una facile autonomia anche a bambine molto piccole, quali eravamo allora io e mia sorella ed andavamo da sole a comprare le sigarette per il nonno. “Due sigarette e due caramelle” questa era la formula di rito, ma il giorno in cui le disastrate tasche di nonno Celèst ci avevano dato solo i soldi per le sigarette, al tabaccaio che aveva obiettato che i denari non bastavano per entrambi gli acquisti, la mia (già allora) pragmatica sorella maggiore dichiarò sicura: “Allora due caramelle”. L’episodio suscitò molta ammirata sorpresa e ilarità nella famiglia: non so come la prese il nonno rimasto senza fumo ed impossibilitato ad ottenere sigarette a credito.Mamma dice che raccogliesse i propri mozziconi fumati, ne ricavasse il tabacco residuo e si facesse, a mano, le sigarette d’emergenza utilizzando come cartine dei ritagli di carta da modelli, che la mamma conservava per i suoi lavori di sartoria. A poco a poco il nonno li “fumò” tutti quanti e non so se questo abbia nuociuto più alla sua salute che alla carriera di sarta della mamma. Il Borgovecchio era una comunità fatta di artigiani, ‘camarant’, operai e operaie della limitrofa industria farmaceutica Recordati, che dava lavoro alle ragazze e appestava, appena appena un po’, l’aria di quella contrada con i suoi afrori chimici. Oltre al “gobb Sigòla”, un altro personaggio che affascinava me bambina era il cavallante, cioè il conduttore di carro e cavallo che faceva il servizio di trasporto, un specie di corriere, che campava la famiglia con questa attività: robusto, nerboruto, mi incuriosiva per il colorito acceso che la sua carnagione di biondissimo assumeva in conseguenza dell’esposizione all’aria aperta, per le ciglia quasi bianche e gli occhi di un azzurro così pallido da sembrare bianchi anch’essi, nel rossore diffuso del volto; ma la vera attrattiva era costituita dal cavallo, anzi dalla cavalla, una possente creatura di razza nordica, dagli ampi zoccoli frangiati, dalla criniera biondastra, tanto che, ai miei occhi, poteva essere benissimo imparentata col suo padrone e conduttore, con cui condivideva lavoro e riposo. Ho faticato a ricordare il nome di Cesare, il cavallante, ma la Camilla è impressa indelebilmente nella mia memoria: il suo incedere lento, abbassando il collo per vincere la resistenza del carro carico, il suo sbuffare una ventata di goccioline quando le offrivo una manciatina di fieno o paglia, la cuffia di tela grezza che il padrone le faceva indossare in estate, per darle un minimo sollievo dal dardeggiante sole della ‘Bassa’, il saccolo con la biada che le appendeva sotto il muso, per tenerla tranquilla nelle lunghe soste sotto il sole per il carico e lo scarico del barroccio, tutto è vivido a tal punto che mi chiedo quanto tempo passassi allora ad osservare la Camilla all’opera… o quanto profondamente si incidano i ricordi nella mente di un bambino anche molto piccolo, come ero io allora.

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