La casa di via Munari

 


Piazza Padella

Ignoro i motivi per cui la famiglia si trasferì dalle poche stanze in Borgovecchio alle stanze altrettanto povere e antiquate dal punto di vista abitativo in un altro quartiere di Correggio, più vicino alla chiesetta di san Francesco, santo al quale mia nonna tributava una tiepida devozione, molto meno fervida di quella ispiratale da sant’Antonio, per esempio o dal non ancora santo, ma molto venerato Padre Pio. Era comunque una chiesa nella quale la nonna poteva sfogare la sua ingenua ma solidissima pratica religiosa sacrificando ad offerte devote non poca parte dei suoi guadagni di collaboratrice domestica (diremmo ora) o meglio di sguattera e cuoca e donna di servizio (come in effetti era detta allora). Sta di fatto che l’alloggio al primo piano di uno stabile in via Munari al civico 6, come sanciva il catasto, o in Piasa Padèla, come veniva notoriamente identificata dal popolino, divenne la casa dei miei nonni, nella quale io ero ospite poi che i miei emigrarono a Lugano, lasciandomi in custodia. Quello che giustificava il toponimo di piazza era un minuscolo slargo, appena una deviazione angolare di una delle solite file compatte di case medievali, mentre l’appellativo era un retaggio del tempo in cui proprio lì si mettevano i friggitori con le loro attrezzature, le padelle, appunto. Edifici  popolari e modesti,  che soprastavano da un lato l’ennesimo portico dalle basse arcate e dai tozzi pilastri e dall’altro una botteguccia di fruttivendolo e alimentari, ‘da Nino’. Il proprietario aveva, oltre al prestigio della bottega, una moglie di placida grassezza biondo rosata e una figlia, Cosetta, altrettanto florida ma con un paio di straordinarie, opulente trecce tizianesche che io, castgnina di capelli e sempre tosata all’altezza delle orecchie per evitare problemi di pettine e spazzola e complicazioni di acconciatura, invidiavo moltissimo come segno indiscutibile di infantile, inarrivabile bellezza.

La casa in questione era un’infilata di tre stanze passanti di cui solo la cucina da un lato  e la camera da letto dei nonni all’altro estremo, godevano del lusso di un paio di finestre, affacciate le une sulla sopradescritta Piazza Padella e le altre  su un sordido cortiletto interno, comprendente il casotto del ‘cesso’ ( solito buco maleodorante) e la ‘bugadèra’, arcano locale di servizio che, per chi non sia mai stato in una casa risalente al principio dell’anno del Signore 1200,  merita una più diffusa descrizione.

Si trattava di un locale abbastanza ampio da contenere i numerosi mastelli e le tinozze che soddisfacevano tutte le esigenze di igiene e pulizia delle tre o quattro famiglie che si accatastavano nei due piani e mezzo della porzione di fabbricato al civico 6. In un angolo, una poderosa fornace in muratura con un ciclopico paiolo veniva adibita alla duplice funzione di scaldabagno, per le abluzioni di tutti quanti, di bollitore per la lisciva e di fonte di riscaldamento del locale che, benché l’esigenza del bagno non fosse così sentita come l’abbiamo fatta diventare, doveva fornire un minimo conforto durante le occasioni di bagno invernale.

A turno le casigliane accendevano il fuoco, pompavano l’acqua dalla fontanella esterna, ne riempivano il paiolo portandola coi secchi, aspettavano che bollisse e, a seconda dei casi, ne riempivano il grosso mastello in legno che era d’uso comune per il bucato o le tinozze personali di metallo zincato che servivano invece al bagno di pulizia delle persone di famiglia. La pratica del bucato era un evento abbastanza faticoso e, in definitiva, così impegnativo che la solidarietà delle vicine riusciva a farne un’occasione di socialità oltre che di mutuo soccorso. Ho capito allora perché i corredi delle spose si siglassero con cifre e monogrammi: nell’affrontare insieme la fatica, le donne lavavano insieme anche i panni, le lenzuola principalmente, che erano di cotone spesso, tessuto artigianalmente e pesantissime una volta bagnate. Al momento di stendere e ritirare la biancheria le cifre si rivelavano indispensabili per individuare il proprio corredo… almeno questo per quanto riguardava le spose popolane, per le nobili e le borghesi che facevano lavare i loro panni sporchi in famiglia, probabilmente il siglare il corredo era solo una questione di prestigio.

Il giorno del bucato prevedeva una prassi complicata oltre che gravosa: si bolliva la cenere per poi versarne sui panni l’acqua filtrata dal sendrer’, il telo adibito alla bisogna, poi si aggiungeva la lisciva bollente, infine si lasciava raffreddare un po’ la mistura e si dava di spazzola. Le mani si arrossavano e la pelle, inaridita dalla soda si fessurava e si spaccava … la fatica delle nostre nonne le invecchiava anzitempo, le riempiva di acciacchi e le portava spesso ad una fine che oggi diremmo prematura, ma che era in fondo l’età media di allora.

Le due stanze intermedie dei tre locali di quella casa in via Munari erano al lavell” e la “cam’r orba”, entrambe buie perché prive di aperture verso l’esterno e collegate da un corridoio passante; la stanzina dove si trovava l’acquaio era infatti ricavata con un tramezzo che separava la cucina dal resto dell’appartamento. Non mi sono mai chiesta, prima d’ora, perché per entrare in quel corridoio si dovesse scendere di un gradino dal ballatoio della scala, mentre per entrare nella porta dell’appartamento accanto se ne dovessero salire un paio… misteri dell’architettura medievale, in cui solai e pavimenti erano realizzati con legno e graticci, tanto che stabilirne le quote diventava un mero esercizio di utilità, vincolato solo al principio che dovessero reggere e, a volte, nemmeno a quello. ‘Al lavell’ testimoniava l’assoluta vetustà dell’edificio, corredato com’era da un basso acquaio di graniglia e da un fornello in muratura che conservava sotto il piano le fornacelle dove un tempo si accendeva il carbone per cucinare: ne ho viste di simili solo negli scavi di Pompei e credo che quelle che ricordo fossero solo di poco più recenti. Il fornello a gas era il tocco di modernità concesso a quel bugigattolo, che non conobbe mai né elettrodomestici né altre moderne diavolerie, tanto più che il gas si utilizzava solo in estate, mentre per il resto dell’anno la stufa dotata di piastre e caldaia suppliva a tutte le necessità della frugale gastronomia della nonna, alla quale mai piacque cucinare, caratteristica di famiglia che ho ereditato, insieme ai capelli lisci e all’attaccatura a punta sulla fronte. Della cucina, in pratica l’unico locale in cui si viveva, ricordo lo scricchiolio dei listoni che costituivano il pavimento, l’ottomana, una specie di catafalco addossato al muro, tappezzato di una stoffa color borgogna a disegni intessuti lucidi e opachi e l’odore penetrante di una mistura di cera e olio rosso e chissà che altro che la nonna utilizzava per tentare di lucidare, come se fosse possibile, i mattoni del pavimento che si rincorrevano negli altri locali: rustici, diseguali, corrosi dal passaggio di chissà quanti piedi, con un colore sanguinolento che pareva evocare tutti i massacri di un domestico Barbablù.

Una casa scura, disadorna, con l’unico lusso di un apparecchio radio-grammofono, racchiuso in un armadietto in finto ebano e radica di noce, dalle morbide forme art-deco: un IRRADIO, (come affermava orgogliosamente il nonno) dotato di scomparti per i dischi, i vecchi 78 giri  in gommalacca, materiale fragilissimo che la puntina metallica del pickup usurava e rendeva afoni e gracchianti. La radio era alloggiata in un vano sotto al bombato coperchio di legno e si poteva raddrizzare, inclinandola in avanti per poter seguire la lancetta del sintonizzatore che si spostava lentamente sul frontalino trasparente con le varie stazioni, i cui nomi esotici mi incuriosivano enormemente. Per me era un ordigno affascinante che andava trattato con cura e rispetto reverenziali, non solo perché unico vestigio di una passata agiatezza della mia famiglia paterna, ma soprattutto perché appartenuto al “povero Piero” a cui era stato regalato durante la malattia che lo avrebbe condotto alla morte poco più che ventenne. La radio del “Poverpiero” (veniva nominato così, con un solo epiteto) era costata una cifra ragguardevolissima anche per le un tempo floride finanze di famiglia e, in qualche modo, costituiva ancora una sorta di teca della memoria, tanto tenace era il ricordo del figlio infermo e poi morto che l’aveva avuta come pietoso risarcimento di una giovinezza trascorsa fra il letto e l’ottomana. I pochi dischi sopravvissuti allo sfortunato malato erano ancora capaci di evocare, come fantasmi sonori, le arie di Strauss e altre canzoni che esalavano un ritmo sincopato e sobbalzante al tocco del pickup ( al picù, nell’approssimativo lessico usato dalla nonna): “Oh dolce Vienna tu, sei come un sogno di gioventù…” il prodigio di quella voce tremolante che usciva dall’altoparlante incassato nel mobile mi lasciava sempre stupita e incantata. Avvicinavo la fronte al legno lucido e cercavo di immaginare la scena: le ragazze vestite dei fruscianti abiti da ballo, il pavimento lucido su cui le coppie danzavano allacciate nel valzer o nel tango che il disco riproduceva, sempre più fioco, sempre più gracchiante.

Il ritratto di questo zio, morto anni prima della mia nascita, era appeso con altre grandi fotografie di parenti defunti sulle pareti della cam’r orba, come economico surrogato della galleria di ritratti degli antenati; ricordo un giovinottino vagamente somigliante al mio papà, con una stempiatura precoce e lo sguardo opaco e inespressivo degli ingrandimenti ‘artistici’ in bianco e nero, malamente riprodotti da una tecnologia rudimentale. Incombevano sul grande letto di noce dove dormivo, anch’esso ricordo di tempi migliori, e incutevano a me bambina una vaga inquietudine, se non una vera e propria paura: grandi e nere cornici ovali, figure di vecchi e di giovani, tutti morti… certamente la cosa più lontana da una nursery o da una cameretta infantile che vi riesca di immaginare. Mi sdraiavo sul letto e cercavo di ricollegare quei visi sconosciuti ai racconti che sentivo dal nonno o da mio padre: il bisnonno Ferdinando, il pater familias, che andava a piedi dappertutto, nonostante fosse un facoltoso  proprietario terriero, la bisnonna Marcella, dalla proverbiale lingua taglientissima, un fratello di nonna, Novello, soprannominato  al Negher anche se non mi pareva assolutamente meno pallido degli altri, che era morto fulminato per un incidente sul lavoro, e poi tutta una teoria di prozii e prozie di cui ho dimenticato nomi e vicende… tutti con la stessa aria compunta, personaggi morti da anni e anni che ancora popolavano la saga famigliare con le loro sfortune, matrimoni, tradimenti, malattie e litigi e altre mille vicissitudini.

 

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