Tipi che spariscono : L'orto di Terrachini
Nella Correggio degli anni ’50 c’erano personaggi che facevano veramente pensare che una cittadina
che si avviava al boom economico con qualche decina di migliaia di abitanti
era, in realtà , un paesone in cui gli abitanti dei diversi quartieri vivevano
una vita sociale fatta di incontri, di relazioni, anche di sfottò: i soprannomi,
per esempio, che identificavano le persone assai meglio dell’anagrafe.
In un giardinetto che si affacciava sul viale della Circonvallazione, ‘’la Mùra’’ come si indicava per ricordare che il tracciato seguiva quello dell’ abbattuta cinta difensiva, si poteva ammirare tutta una collezione di statuette di terracotta che raffiguravano in caricatura una serie di personaggi tipici. Ho dimenticato il nome dell’artista*[1], veramente un maestro , che riusciva a identificare con pochi particolari le peculiarità di quei soggetti, tanto da renderli immediatamente identificabili. Mi ricordo, ad esempio, di Pistìn , l’ambulante che passava ogni giorno spingendo a mano un suo carrettino a due ruote carico di frutta e verdura. Niente di che, ma ciò che lo rendeva unico, oltre alla statura minuscola e alla magrezza rifinita era il suo modo di annunciarsi al circondario : arrivava nelle piazzette della contrada, posava le stanghe del carretto e iniziava a gridare ‘’L’è tuta roba mersa’’ , ripetendo a voce spiegata che i prodotti erano marci, quasi a voler dissuadere le compratrici ( giacché erano le massaie ad avvicinarsi al singolare verduraio) ad acquistare le sue verdure. Così tra una risata e uno sberleffo le cassette piano piano si svuotavano, Pistìn tirava su le stanghe e si allontanava vociando quel suo originale jingle anti- pubblicitario. Il figurinaio lo aveva rappresentato così, con la persona inclinata nello sforzo di tirare il barroccino, le cassette ammonticchiate alla rinfusa, la testa rivolta al cielo e la bocca spalancata… non c’era il sonoro, ma si sentiva lo stesso. Un altro personaggio indimenticabile era uno strano vecchio che rispondeva ( quando rispondeva) al nome di Catlàn, un poveraccio che viveva ai margini , un disadattato lo diremmo oggi, uno di quei personaggi che un tempo popolavano i paesi: non proprio matti, ma di certo con non tutte le rotelle a posto. Con un secchiello di alluminio che aveva visto tempi migliori passava dalla mensa delle suorine di clausura dalle quali riceveva la carità di un pasto caldo. Era riconoscibile ovunque per il passo strascicato, i pantaloni sempre troppo larghi, sempre sgualciti a fisarmonica e di certo non troppo puliti, ma il suo segno distintivo erano i cappelli: due, tre, quattro, berrettoni di lana e cappelli di feltro, portati tutti insieme uno sopra l’altro, in una bizzarra evocazione del Cappellaio matto del paese delle Meraviglie. Nessuno forse si interessava di sapere dove dormiva Catlàn con i suoi troppi cappelli, ma di sicuro era evidente con chi condivideva la sua minestra : alle sue calcagna trotterellava un bastardino, un cagnolotto di mezza taglia che non lo abbandonava mai e, come il padrone , era stato immortalato dal maestro ceramista in una malinconica statuetta di creta. Bizzarra ma di certo non malinconica era la caricatura in effigie della Mimì Fioraia, soprannome che niente aveva a che vedere con la cura o la vendita delle piante e dei fiori, ma dovuto alla passione degli emiliani per il melodramma: in realtà la Mimì protagonista della Bohème, che ricamava e cuciva fiori , cantando “mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia…” aveva poco a che vedere con questa signora che oggi definiremmo un’artista di strada. Non più giovanissima, anzi vecchiotta , con delle stravaganti gonnellone e dei fiori artificiali appuntati sommariamente sulle chiome disfatte, la chitarra al collo e una voce querula e sforzata, la Mimì dava spettacolo per le strade e le piazze, suonando pochi accordi e roteando con le ampie sottane in approssimativi passi di danza. Alla fine passava col piattino a raccogliere i pochi spiccioli dalle persone che si fermavano a guardare, più incuriosite che ammirate dalle sue estemporanee esibizioni; forse un tempo la Mimì aveva sognato i palcoscenici dei teatri, il successo, la notorietà… ma alla fine , per essere ricordata era finita anche lei sui trespoli in quel giardino fuori le mura, membro effettivo di quell’assemblea bislacca di tipi strani, tipi che sono spariti piano piano, togliendo una pennellata di colore al vivere quotidiano.
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[1] È
proprio vero che Internet è una miniera inesauribile di informazioni e, a saper
cercare, si trova tutto! Nella pagina a
cui si riferisce il link qui sotto ho
trovato il nome dell’artista, si tratta di Bruto Terrachini , personaggio che, come
leggerete se vi va di andarlo a cercare, meriterebbe anche lui una pagina apposta.
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https://www.primo-piano.info/tre-terrachini-in-mostra-a-correggio/
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