Tipi che scompaiono ( Borgovecchio , anni '50)
Il Borgovecchio era una comunità fatta di artigiani, ‘camarant’, operai e operaie della limitrofa industria farmaceutica Recordati, che dava lavoro alle ragazze e appestava, appena appena un po’, l’aria di quella contrada con i suoi afrori chimici. Oltre al “gobb Sigòla”, un altro personaggio che affascinava me bambina era il cavallante, cioè il conduttore di carro e cavallo che faceva il servizio di trasporto, un specie di corriere, che campava la famiglia con questa attività: robusto, nerboruto, mi incuriosiva per il colorito acceso che la sua carnagione di biondissimo assumeva in conseguenza dell’esposizione all’aria aperta, per le ciglia quasi bianche e gli occhi di un azzurro così pallido da sembrare bianchi anch’essi, nel rossore diffuso del volto; ma la vera attrattiva era costituita dal cavallo, anzi dalla cavalla, una possente creatura di razza nordica, dagli ampi zoccoli frangiati, dalla criniera biondastra, tanto che, ai miei occhi, poteva essere benissimo imparentata col suo padrone e conduttore, con cui condivideva lavoro e riposo. Ho faticato a ricordare il nome di Cesare, il cavallante, ma la Camilla è impressa indelebilmente nella mia memoria: il suo incedere lento, abbassando il collo per vincere la resistenza del carro carico, il suo sbuffare una ventata di goccioline quando le offrivo una manciatina di fieno o paglia, la cuffia di tela grezza che il padrone le faceva indossare in estate, per darle un minimo sollievo dal dardeggiante sole della ‘Bassa’, il saccolo con la biada che le appendeva sotto il muso, per tenerla tranquilla nelle lunghe soste sotto il sole per il carico e lo scarico del barroccio, tutto è vivido a tal punto che mi chiedo quanto tempo passassi allora ad osservare la Camilla all’opera… o quanto profondamente si incidano i ricordi nella mente di un bambino anche molto piccolo, come ero io a quel tempo.
A quel tempo il mio soprannome era ‘Pucci’; la spiegazione dell’origine di questo nomignolo pare sia che mi piacesse pesticciare nelle pozzanghere (non l’ha inventato Peppa Pig il saltare nelle pozzanghere di fango!): ero una piccola e vivacissima “pista pucci”, cioè ‘calpesta pozze’, e da qui a Pucci il passo fu breve. Il soprannome mi si appiccicò per tutto il tempo della mia infanzia trascorsa a Correggio, ma non so chi lo abbia inventato, forse Anna, la sorella minore di Lilliana, la fidanzata di mio zio. Era un’adolescente bruttina, erede di una statura altissima per la media di allora, con un collo alla Modigliani e una liscia acconciatura stile ‘anni trenta’ trattenuta da una sottile e lunga molletta fermacapelli, che in quei primi anni cinquanta le dava comunque un’aria strana e fuori moda. Pare che fossimo indivisibili: era lei che mi portava a passeggio lungo il viale, che mi conduceva a giocare nel bocciodromo le cui corsie inutilizzate sono state l’unica spiaggia conosciuta nella mia fanciullezza correggese; mi sporcavo talmente che mia madre era costretta a lavarmi nella tinozza e poi a risciacquarmi, per essere sicura di avermi ripulito del tutto. La tendenza di Pucci a sporcarsi eccessivamente è un tratto connotativo che mi ha inseguito da sempre, come sa chi mi conosce.
Gli altri ricordi di quel tempo legati alla casa di Borgovecchio sono abbastanza frammentari: il portone che si apriva sull’andito adiacente al portico basso e oscuro; il vicolo selciato di ciottoli, la terra battuta che era ancora la forma più diffusa di pavimentazione delle case di campagna e dei portici di città. Le assi di legno, i pavimenti di mattoni, la mancanza di aperture verso l’esterno di questi edifici, case-fortezza che costituivano la prima cerchia dei fabbricati cittadini, sorte in sostituzione e forse proprio con le pietre delle mura demolite. Nella zona mi colpiva una costruzione di una inusuale ricercatezza, con pilastri e balconi scolpiti , uno stile che non saprei definire se non come eclettico, quindi risalente ai primi anni del secolo scorso, ma che era popolato da un’umanità miserevole, ghettizzata dagli altri abitanti della contrada: la guerra era finita da quasi dieci anni, tuttavia in questo edificio, evidentemente requisito dal Comune o da chissà quale altro ente, stazionavano ancora degli sfollati che vivevano alla giornata, suscitando la medesima diffidenza che suscitano tutti i poveracci che si arrabattano in cerca di una sopravvivenza non sempre dignitosa. I ragazzi e i bambini di ‘dentro le mura’ non mischiavano i loro giochi con i figli degli inquilini di quel complesso , ''al Turiòn'' , veri paria attorno ai quali aleggiava sempre un’aura di sospetto, venato di disprezzo, immotivato se non dal fatto che esiste sempre qualcuno che, pur fra poveri quali allora eravamo tutti, viene vissuto come ancor più misero e quindi peggiore.
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