Il cugino Contardo
Il cugino
Contardo.
Intanto il
nome: non so proprio da dove fosse arrivato questo inusuale appellativo, forse
da un patronimico di famiglia, poiché Contardo era il cugino di mio padre,
figlio della zia Lea, la sorella del nonno, che aveva cresciuto una famiglia di
soli uomini, un marito ( al sio Carlo) e tre figli maschi, di cui Contardo era il maggiore.
Esuberante, vulcanico e del tutto insofferente a qualunque regola o
convenzione, Contardo era la pecora matta della famiglia, non proprio nera, ma
certo colorata di un grigio molto, molto carico! Cresciuto in una famiglia come
la nostra, nella quale il lavoro era il
precetto, la disciplina il metodo e
l’obbedienza la prassi, lui riusciva a ignorare tutto il corollario e restare
comunque nelle grazie di tutti, per la sua simpatia travolgente da ‘’canaglia’’
dotata di una fanciullesca innocenza, di un genuino affetto e di un’innata
capacità di manifestarlo che gli faceva
perdonare una sostanziale nullafacenza, o piuttosto una vita di espedienti che gli consentiva di sostenere,
comunque, di essere in una sorta di nebulosa attività nei commerci più
svariati, forse non proprio disonesti, ma certo spinti fino a sfiorare i limiti
della legalità. Me lo ricordo ‘’magliaro’’, nel momento dell’esplosione della confezione
tessile della Bassa emiliana: girava per le campagne, raccogliendo i manufatti
che le figlie dei contadini producevano in casa, con sferraglianti macchine da
maglieria comprate coi risparmi di famiglia, maglie, maglioni, scialli e
coperte, lavori pagati due lire a capo, e
che cedevano a lui per rimpinguare
almeno un po’ i guadagni risicati di un cottimo che rasentava lo sfruttamento. Contardo
ritirava qualche maglia qui, un maglione là, quelli che il ’’padrone’’ avrebbe rifiutato per qualche difetto di produzione
o fallo di confezione, li metteva nel baule della millecento presa in prestito
e li traghettava oltre frontiera, sperando nella forza del franco svizzero.
Oppure li piazzava ai mercantanti di paese, agli ambulanti
di porta in porta o ai privati ingolositi
dall’affare che lui, da consumato venditore di fumo, riusciva a dipingere con i
colori più allettanti. Si presentava a volte a casa dei miei nonni, con quel
suo rumoroso approccio pieno di calore
e, dopo aver accettato un bicchiere di lambrusco e una fetta di salame, tirava
fuori dalla tasca un involto di orologi, di accendini placcati in ‘’oro
zecchino’’ o qualche altra chincaglieria
decantandola come una vera meraviglia, un oggetto di assoluto valore che per
una fortunata coincidenza lui aveva in conto vendita per un noto orologiaio, un
orefice anonimo o chissà chi altri, ma garantendo della assoluta trasparenza
della transazione.
Ogni volta
che sento la voce roca di Ligabue cantare di ‘’certe notti’’ fra cosce e
zanzare, non posso fare a meno di pensare a quanto sia evocativo del mondo del
cugino Contardo, che viveva più di notte che di giorno, che aveva sempre una
‘’cuncia’’ da giocare in fondo a qualche bar o osteria della bassa, una bisca
più o meno clandestina, come confessava allegramente, vantandosi o
recriminando della sua buona o cattiva fortuna, che strizzava l’occhio
quando affermava di avere un giro con una vedova da qualche parte nella nebbia
della pianura.
Mio nonno lo
adorava, credo per un sostanziale meccanismo di
identificazione o per invidia della assoluta libertà da ogni vincolo di quella responsabilità che, ho sempre
sospettato, pesasse al nonno come e forse più che al suo scapestrato nipote e che solo per le costanti ristrettezze
economiche e l’occhiuta vigilanza della nonna, non si lasciava tentare dalle
patacche che gli venivano proposte. Quando io
avevo forse sei o sette anni venne a fare il servizio di leva a
Gallarate, nel corpo dei bersaglieri: in divisa, con il fez cremisi e il lungo fiocco
dondolante della nappina che gli ballonzolava sulla spalla, la faccia appena
ombrata dalla barba rossiccia e gli occhi ridenti, era una figura
indimenticabile; nato anteguerra, ma troppo giovane per aver partecipato al
delirio militarista del ventennio, per lui l’ esercito era il coronamento di un
sogno. La sua aspirazione massima era la Legione Straniera e, nel corso degli
anni, non so se lo abbia o meno realizzato, certo era un progetto vagheggiato a
lungo, accarezzato nei momenti di difficoltà e confessato a mezza bocca, per
non addolorare la sua mamma, che ne sarebbe morta di crepacuore. Certo le sue
simpatie andavano al disciolto partito del Fascio, ‘’ per vint’ann l’è
andeda , ma per vint’ann la gnarà’’ asseriva con assoluta convinzione e non
so bene come si trovasse coinvolto in un
qualche complotto o cospirazione eversiva, ma una sera arrivò a casa dei miei
con un fucile e chiese a mio nonno di nasconderlo per evitargli qualche guaio
con la polizia. Se lui spiegò il perché, certo nessuno lo disse alla bimbetta
che ero, ma ricordo bene l’aspetto minaccioso dell’arma che venne celata nel retro dell’armadio della camera da letto,
nonostante i lunghi borbottii e le rimostranze spaventate della nonna.
Ma Contardo
era così, riusciva a convincerti quasi di qualunque cosa, con l’assoluta
certezza di essere, comunque, sicuro di farla franca; così qualche tempo dopo
quella sera in cui lo vidi forse per la prima e sola volta veramente pallido e
seriamente preoccupato, si presentò a riprendersi il suo ‘’fagotto’’, con la
consueta spavalderia e il suo ciuffo ardente di capelli rossi, senza dare altre
spiegazioni.
Se, come dice un proverbio
antico ‘’ al più bon di ross l’ha butè so meder in dal poss” (il
migliore dei rossi ha buttato sua madre nel pozzo), questo non valeva per il
cugino Contardo: guascone, sfrenato, scavezzacollo, uno spregiudicato
giovanottone dalla parlantina sciolta
che l’inflessione emiliana larga di vocali e ricca di sibilanti faceva
irresistibile e la cui generosità
irresponsabile lo metteva spesso al verde. Con i suoi ‘’giri’’ e le sue ‘’cuncie’’
d’azzardo impiantò ai suoi due fratelli, Fausto e Fulvio, un’officina
metalmeccanica per la revisione dei trattori, un’impresa che prosperò grazie all’impegno di quei due bravi ragazzi, ma nella quale lui, convintamente, non entrò mai, nemmeno per un minuto di
lavoro… era fatto così.
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