Il ''nonno'' Vincenzo e la ''nonna'' Sivia

 Il nonno  Vincenzo e la nonna Sivia In realtà non erano proprio i mei nonni, ma i suoceri ‘’in famiglia’’ della sorella maggiore di mio padre, la zia Pia sposata Caprari, la sdoura che reggeva con piglio deciso la fattoria della Corbella, nel paese di origine della famiglia Nasi,  luogo deputato a graditi soggiorni campagnoli offerti a me e a Piera, le bimbe di suo fratello, purché brevi e a una per volta.  

La fattoria era al centro di un podere che stendeva tutto intorno campi di grano e di  erba medica, filari di vite e canna da zucchero e occupava, oltre ai famigliari dei due sessi, anche una schiera di braccianti, stagionali e no, bovari e mozzi di stalla. La stagione della mietitura e trebbiatura, per esempio, era una vera e propria campagna militare: all’alba si preparava il caffè per la truppa nella grande cucina a pianterreno, si apparecchiava con tazze e tazzone la vasta tavola quadrata, si ammonticchiavano nei piatti le losanghe di gnocco fritto e le fette di polenta, il pane ferrarese a coppie e cornetti usciva dai panieri per tuffarsi nel latte ( a volte anche nel vino!) per la colazione di  un bed&breakfast  ante litteram per i braccianti, che passavano la notte sulle brande nei granai o nei fienili. 

A mezza mattina si doveva portare sul campo  ‘’al bever a ch’i omm” (il bere agli uomini) con i bottiglioni di acqua schietta e vino annacquato, un opportuno espediente per togliere la sete e non suscitare l’ebbrezza in operai che, sotto il sole cocente della Bassa, avevano da fare un lavoro sfiancante con la pula del grano e la polvere che seccavano le gole e irritavano gli occhi. Anche a me è toccata questa funzione da vivandiera improvvisata: mi attaccavano al manubrio della bicicletta le due sporte con i  ristori freschi di pozzo e pedalavo in faticoso equilibrio per la carrareccia, fino al campo dove la mastodontica macchina mietitrice sbuffava e sferragliava, mangiandosi la striscia di frumento avanti a sé e sputando dal retro le balle di paglia già pressata. I braccianti si industriavano attorno alla mietitrebbia con i forconi, come api operaie attorno alla regina, il rombo del motore e degli ingranaggi era assordante e, nelle pause , saliva quello altrettanto potente del frinire delle cicale.   Ma il momento principe in cui si rivelava la struttura patriarcale della famiglia contadina era l’ora di pranzo: la tavola si ‘’metteva’’ letteralmente, perché si allungava con assi e cavalletti un tavolo già enorme  che occupava tutta la lunghezza dell’atrio che portava alle stalle;  gli uomini di casa, i figli maschi e i braccianti sedevano attorno al desco riempiendosi i piatti con pantagrueliche porzioni di tagliatelle al ragù, le donne e i  bambini ( me compresa) mangiavano separati,  le une senza sedere a tavola, ma con il piatto o la tazza sulle ginocchia, gli altri attorno al tavolo della cucina: su tutti dominava il patriarca, cioè il padre di famiglia, nonno Vincenzo, appunto.  In grazia dell’età, credo che ne avesse più o meno un’ottantina,  non era impegnato nel lavoro dei campi, perciò la mattina, dopo colazione, prendeva la bicicletta ( la portava a mano, non l’ho mai visto inforcarla per pedalare sul serio)  e con quella al fianco arrivava nella piazza del paese, il  luogo deputato alla discussione, alla gestione degli affari e , perché no, anche alla diffusione di pettegolezzi più o meno succosi. Una capatina al Caffè, un giro alla Privativa ( il Tabaccaio) per le cartine e il tabacco con cui confezionarsi le sigarette, due chiacchiere coi conoscenti e, all’ora canonica, eccolo imboccare il ponte che, superando il canale di irrigazione , portava diritto alla barchessa, cioè al vasto portico che univa l’abitazione alle stalle.  Nonno Vincenzo era spiritoso, vivace e ciarliero, amava ascoltare la musica ed era, in forma del tutto autodidatta, un discreto suonatore di clarinetto. La sua passione lo portava, da sempre e ancora malgrado la sua età, a partecipare attivamente ai concerti della banda, alle feste campestri e a quante altre manifestazioni contemplassero l’esecuzione di polke, mazurke o valzer  tipici del folklore romagnolo, e non solo come musico, ma anche come provetto e famoso ballerino. Innamorato della vita, aveva un solo cruccio e, quasi a scongiurare un evento che paventava prossimo, leggeva  per scaramanzia i necrologi:  allo scoprire il nome di un defunto con un’età vicina alla sua, commentava ‘’ Al n’era mia vecc” ( Non era mica vecchio) e tossicchiava, girandosi di spalle, quasi per mettere una distanza, anche fisica, fra sé e la notizia ferale di un quasi coetaneo. Piccolino, quasi calvo, con un paio di occhialini cerchiati di metallo, le bretelle di elastico a reggere i pantaloni e,  in estate e in inverno, camicia, cravatta e gilè, nonno Vincenzo era indiscutibilmente il capo famiglia, circondato dal rispetto e dall’affetto della sua numerosa corte di figli , nuore e nipoti e spose dei nipoti coi loro figli, in una gerarchia piramidale di cui si è perso lo stampo. L’unica che si permetteva qualche confidenza un po’ meno riguardosa era la moglie: la nonna Silvia, la Sivia, come si dice nel dialetto reggiano: una vecchietta dalla crocchia grigio ferro, alta poco più di un metro e mezzo, con la schiena storta per l’artrite come una radice di olmo e altrettanto tenace, che ancora ciabattava svelta per casa attendendo alle faccende minute, sorvegliando l’orto e il pollaio curati dalle nuore, occupandosi delle conserve e degli ortaggi, parca di parole quanto il marito era  loquace, per un naturale equilibrio maturato nei lunghissimi anni del loro matrimonio. Quel donnino aveva messo al mondo tre figli maschi grandi e grossi, ciascuno dei quali la venerava a suo modo: il più giovane, Amadio, era diventato milionario nell’industria che aveva creato grazie ad un proprio brevetto geniale, ma quasi ogni domenica la sua auto di grande prestigio si fermava nell’aia della Corbella e lui scendeva a salutare la madre,  accettava con semplicità il caffè o qualche altro ristoro, a volte si fermava a cena con la moglie, ospite di riguardo trattato dagli altri commensali con una sollecitudine non senza soggezione e ripartiva, lasciando dietro  di sé un certo senso di sollievo negli altri famigliari, come mi sembrava di capire dalla ritrovata naturalezza. I  due veri pilastri della tenuta erano  però lo zio Alfredo e lo zio Alfonso: cotti dal sole, con mani grandi come badili e spalle in grado di sbloccare un trattore impantanato senza fare neanche troppo sforzo, si sedevano a tavola, davanti ai piatti ricolmi, mangiavano e, senza tante parole, si alzavano e tornavano al lavoro dopo un breve sonnellino, spesso schiacciato stando seduti a tavola, con la fronte appoggiata ai due pugni sovrapposti. Erano parte di  quella razza di contadini come non se ne trovano più: una generazione spartana, senza smancerie e avara di complimenti, obbligati dalla complessità del lavoro a vivere una vita famigliare in cui i rapporti personali potevano non essere sempre idilliaci,  specialmente fra le mogli, ma il rispetto per la matriarca era  assoluto ed era sintetizzato dal modo con cui tutti le si rivolgevano: “Vo’, mama…” ( Voi, mamma). La nonna Sivia era davvero la regina della casa.



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