La zia Celestina
Le sorelle di mia nonna Ines erano una galassia, e, per quanto si sforzasse la memoria, non si riusciva mai a completarne l’elenco, come accade per i sette nani: Mora, Lina, Nina , Antonietta, Celestina, Oneglia… ma ogni volta ne dimenticavi sempre una.
La mia preferita fra tutte era la zia Celestina: due ardenti occhi nerissimi, appena appena troppo infossati, una figura che, nel contesto della famiglia, pareva alta e slanciata, anche se a paragone con le ragazze di oggi sarebbe probabilmente giudicata mediocre, una lingua tagliente e la battuta prontissima, un comportamento disinvolto al limite dello sfrontato, la Celestina incarnava perfettamente il personaggio della proletaria, di idee egualitarie, ma più tendenti all’anarchia che propriamente socialiste.
Nei miei ricordi di bambina, affidata a turno ai parenti dopo che i miei genitori emigrarono a Lugano quando avevo poco più di due anni, la zia Celestina era un personaggio straordinario: per prima ebbe l’ardire di tagliarsi i capelli e di farsi la ‘’permanente’’, ripudiando la crocchia e lo chignon che erano l’acconciatura fissa delle donne sposate e delle ragazze da marito ed era la sola che aveva il coraggio, dopotutto eravamo ancora nel pieno del dopoguerra, di partecipare alle manifestazioni politiche di piazza che in quell’Emilia rossa sfociavano spesso in tafferugli e risse fra gli ex-repubblichini e collaborazionisti del passato regime e i fiancheggiatori e compagni dei partigiani. Uno dei miei ricordi più traumatici risale all’episodio storico del rilascio del partigiano Germano Nicolini, Al Dièvel era il suo nome di battaglia , uscito per indulto dalle patrie galere dove era stato rinchiuso per fatti collegati alle rappresaglie violente seguite alla Liberazione; l’evento richiamò a Correggio migliaia di attivisti e partigiani in un raduno di piazza oceanico; ovviamente la zia Celestina non poteva mancare ma, non so bene come né perché, ebbe la stupefacente idea di portarci anche me. Ricordo la folla, lo sventolio di centinaia di bandiere rosso fuoco, con il simbolo della falce e del martello del partito comunista, la confusione e le urla di chi invocava ritmicamente il festeggiato, scandendo a gran voce ‘Die-vel/ die-vel/ die-vel’ mentre l’eroe del momento fendeva la calca a raggiungere il palco preparato per un doveroso comizio. Questa invocazione mi incuriosì, evidentemente, e suppongo di aver chiesto alla zia dove fosse questo diavolo che tutti chiamavano. Non ci volle altro, la pasionaria che era rinchiusa in lei prese il sopravvento, mi afferrò, mi issò, alzandomi sulle braccia distese, e , approfittando della fortuita vicinanza del protagonista di tutto quel parapiglia si mise a gridare a voce altissima: “Dièvel gni chè, che la ragassola ( io, cioè) la’v vol veder ‘’ (* Diavolo venite qui che la bambina vuole vedervi) Fosse fortuna, coincidenza o fato, il tanto invocato comandante Dièvel si avvicinò, tendendo la mano a stringere quella di alcuni degli astanti e poi proseguì verso la via del palco dove era atteso. Non so cosa mi aspettassi, sinceramente, se un vero e proprio diavolo con le corna, gli zoccoli e tutti i particolari dell’iconografia classica o un eroe tipo Rambo, anche se questo personaggio era di là da venire, ma la persona reale del partigiano Nicolini mi deluse alquanto: era un uomo piacente, ma come tanti, forse solo un po’ più pallido della media dei presenti perché gli era mancata l’aria aperta, con uno sguardo fiero e commosso negli occhi lucidi, grato dell’affetto di quel popolo che gli si stringeva intorno e che lo avrebbe voluto come sindaco di lì a poco. Il racconto dell’accaduto tornò molte volte nella saga famigliare e ogni volta la zia aggiungeva particolari epici sul carismatico comandante e su quanto disse e fece quel giorno, di cui personalmente non ho conservato memoria, ma che tuttavia mi inorgoglivano per la parte avuta o meglio per la mia sola presenza in un evento che rimase memorabile. Cosa altro dire della Zia Celestina? Che aveva avuto la tubercolosi polmonare, come molti giovani della sua epoca, che era stata in Sanatorio e che ne era uscita guarita ma con una insufficienza respiratoria che le aveva, nel tempo, deformato leggermente la gabbia toracica e le impediva il lavoro della campagna, troppo gravoso per lei; che aveva le mani più lisce e curate che io ricordi , perché per mestiere ‘’testava’’ le calze di nylon, le stirava e le metteva nelle buste, e la manicure non era una civetteria, ma una necessità per non sciuparle e non tirarne i fili; che in un periodo in cui le donne si castigavano in quaresimali grembiuloni di cotonina, lei si vestiva di svolazzanti abiti fioriti con scollature anche un po’ audaci, con una disinvoltura campagnola naturalmente provocante, senza volgarità ma con un pizzico di malizia; che ribatteva colpo su colpo agli apprezzamenti, anche pesanti, con delle battute fulminanti che seccavano letteralmente la lingua ai malcapitati galletti. Riusciva ad essere seducente pur senza essere bellissima ed emblematico del suo modo di essere, appariscente ma non grossolano, è un flash che ho ancora in mente : eravamo a passeggio sul lungomare di La Spezia, zia Celestina più che cinquantenne era ancora quella che definiremmo una bella ‘’gnocca’’ e un tizio seduto su una panchina si permise di assumere un’espressione scurrile e la fissò con intenzione, lei si girò, si mise le mani sui fianchi e, in stretto dialetto reggiano lo interpellò con disarmante ironia ‘’ beh, c’sa voot anca un pcon d’pan da pucer?’’ ( *beh, che vuoi , anche un pezzo di pane per intingere?) non so se vennero capite le parole, ma il senso era talmente chiaro che l’altro alzò le mani e si arrese. La classe è classe e ‘’n’est pas d’eau’’ come dicono i francesi.
Germano Nicolini. Al Dièvel ( 1919-2020)
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