Gabriele (finale di stagione)
Non so quanto l’incontro con la ragazzina diciottenne che ero abbia cambiato le prospettive o le decisioni di vita del Gabriele fresco di congedo, a ventitré anni, ma di fatto fu così. Dopo qualche vicissitudine e ripensamento, abbandonò la scelta della professione di chef, che pure gli piaceva tanto, per un più stabile impiego nella stampa a rotocalco; perciò seguì la maestrina di prima nomina che prendeva servizio a Marchirolo e si trasferiva in pianta stabile da La Spezia a Lavena, cominciando una nuova vita sul lago. La sua passione per la pesca, per l’acqua in generale e per questa esperienza d’acqua dolce che gli riportava alla memoria reminiscenze passate, lo fece adattare senza problemi alla vita del borgo. Due amori della sua vita, o forse tre, si trovavano così riuniti in un solo ambiente: la navigazione, con il suo burchiello, che curava e coccolava come una fuoriserie, la pesca con la canna, soprattutto ai boccaloni, i magnifici persici-trota che abbondavano nei canneti della riva e il calcio, con le squadre giovanili della Tresiana, altro incontro fatale che venne favorito da quel Gianfranco Dobran, grande amico per anni, che è scomparso così prematuramente.
L’Asso di Fiori era il nome della sua barca, un malandato scafo recuperato dalla perfetta forma lacustre, arcioni a copertura compresi, che giaceva abbandonato in un prato di mezza costa, sul Verbano. Lo riportò a casa, lo immerse nello specchio della Fontana, vedendolo andare a fondo come un sasso. Niente paura, lui lo sapeva che, dando alle tavole il tempo di gonfiarsi, la barca sarebbe risalita a galla da sola… passato quasi un mese, obbediente ad una legge fisica naturale, lo scafo affiorò, scrollandosi come una papera che riemerge dopo un bagno. La cura che si rese necessaria tra verniciature, impianti elettrici, armamento della parte funzionale, motore e quant’altro gli occupò ore e ore di un lavoro minuzioso e appassionato; perfezionista fino alla mania, verniciava, stuccava, avvitava e levigava fino a riportare quel rudere allo splendore originale, un gioiello di legno di larice e castagno, ma lucido come il mogano delle barche di lusso. Ci facevamo il giro del lago, con il motore di bassa potenza perché “Che bisogno c’è di 200 cavalli quando in dieci minuti ci fai il giro di tutto il lago? E poi i motori grossi inquinano di più’’. Così il burchiello viaggiava a benzina verde, lento e maestoso attraversava lo stretto con la campana di bordo che rispondeva ai saluti delle altre barche e la bandiera della marina militare ( un vezzo al quale non seppe rinunciare) ben alzata sullo snello albero di prua. Si sedeva sulla plancia del timone, con le gambe verso il ponte anteriore, in testa il berretto di tela. I calzoni arrotolati fin sopra il ginocchio e si godeva il sole, la brezza del mattino, il piacere di governare la barca che scivolava docile al timone, sul fondo piatto delle barche di lago. ‘’È una barca ‘gelosa’ – diceva – reagisce subito al minimo tocco ’’ , non so se lo fosse la barca, di certo lui lo era davvero, geloso, entusiasta e contento che, su tutto il Ceresio, non ce ne fosse un’altra bella come la sua.

Commenti
Posta un commento