Gabriele, Il "marò" ( parte seconda)

 

Il mare è stato il secondo amore ‘’acquatico’’  del coscritto Gabriele Benetti da Adria, arruolato in marina e subito assegnato alla squadra atleti per il calcio, nella Capitaneria di porto di Taranto. I racconti di quel periodo sono forse quelli più affascinanti, anche se ricostruiti per accenni, per brevi aneddoti, per rievocazioni  circoscritte: come quella dello scontro con i contrabbandieri di sigarette, siamo negli anni’60 e questo commercio fioriva fra le coste della Puglia e la Grecia o l’Albania dall’altra parte, la motovedetta della Guardia costiera inseguiva la lancia dei contrabbandieri che, scaricata la merce dall’imbarcazione al largo, si dirigeva verso l’approdo  nella parte della città vecchia; gli occupanti  certo non avevano intenzione di cedere il loro carico e uno di loro, per allontanare questa possibilità, vibrò un colpo con un remo verso gli occupanti del mezzo militare. ‘’ Guarda, ho ancora la cicatrice’’ mi diceva,  e si tastava in mezzo ai capelli verso la nuca, per certificarmi la veridicità della sua avventura. Il colpo lo stordì,  gli vennero messi alcuni punti di sutura, poté godere di una speciale licenza e tornò a casa per qualche giorno, con la bianca divisa dei marinai d’Italia, certo non molto frequentemente vista in quel di Vercelli; non so se questo lo inorgoglisse per l’attenzione strappata alle ragazze o lo mettesse in imbarazzo. Conoscendolo, come lo conosco ora, direi un misto di entrambe queste sensazioni… ma forse più la seconda.

Dopo Taranto, il porto che lo accolse fu quello di La Spezia, da imbarcato sul ‘’Colosso’’ un rimorchiatore d’alto mare, che aveva come compito peculiare le missioni di soccorso alle unità in difficoltà, ma anche il servizio di sicurezza per le regate, compito certo meno adrenalinico e glorioso, ma più gradito.

 Che marinaio era, Gabriele Benetti da Adria?  Indisciplinato, ribelle,  ma generoso e socievole come forse non era mai stato prima, a differenza di altri, lui ha sempre parlato con piacere e con orgoglio dei suoi due lunghi anni in marina e, talvolta, pensò perfino di raffermare e intraprendere la carriera del militare… non credo che sarebbe stato molto a suo agio con la gerarchia e le costrizioni di una disciplina più stringente, ma l‘andar per mare e il cameratismo dell’equipaggio di un’unità non spersonalizzante come il piccolo, potente, Colosso erano proprio nelle sue corde.  Nei suoi racconti di quel periodo il Comandante Nobili aveva sempre un ruolo centrale: militare di carriera, napoletano, alto e abbronzato, lo incontrai anch’io un giorno sulla passeggiata  del molo Italia di La Spezia, incarnava perfettamente il personaggio del capitano dei romanzi: il portamento marziale, la voce roca e l’accento partenopeo di quella parte più signorile di Napoli che forniva gli ufficiali alle Regia marina fin dai tempi di Franceschiello. Ti aspettavi che  da un momento all’altro gridasse con quella voce stentorea qualche comando marinaresco, oppure ‘’ Benetti, ti mando a Gaeta’’ ( la prigione militare) o anche ‘’Benetti, ti lego alla battagliola di prua’’. Pare  che fossero questi gli intercalari con cui cercava di inculcare  un poco di sottomissione al comando al marò Benetti, il quale invece rispondeva senza ritegno ‘’Ci provi e io la butto a mare’’… ma Nobili sapeva capire i suoi uomini e, con il suo atteggiamento forzatamente severo ma  benevolo e la considerazione per i loro meriti,  si era guadagnato la stima incondizionata e l’ammirazione dell’equipaggio, aveva certamente quella del marò Gabriele Benetti.  Una volta, nel porto di Livorno, al ritorno di una missione di salvamento particolarmente faticosa, Gabriele e un suo commilitone scesero a terra e, incrociando un luogotenente della guarnigione di quella capitaneria, tralasciarono di fare il rigido saluto di ordinanza; la cosa non piacque all’ufficiale che si risentì soprattutto per la risposta impertinente di Gabriele che, alla di lui  rimostranza se conoscessero o meno i gradi con la stellina, commentò ‘’Certo, da noi a bordo la stellina ce l’ha il cuoco’’ .  L’onta doveva essere lavata e l’ufficiale si presentò al bordo del Colosso, pretendendo dal capitano Nobili una punizione esemplare per quel marinaio irriverente. Se non fossi certa che certe suggestioni letterarie non avevano cittadinanza nell’immaginario di mio marito, direi che la risposta di Nobili poteva non sfigurare in un romanzo di Conrad: “Tenente – gli  disse- i miei uomini hanno affrontato 72 ore di mare forza otto  senza cambio, se mi trova un suo sottoposto che ha fatto lo stesso, punirò i miei per la loro scorrettezza”. La cosa  non ebbe seguito, tranne il solito  ritornello ‘’ti mando a Gaeta” rivolto allo sfacciato rivendicatore della rivalità degli equipaggi imbarcati  con i ‘’terragni’’ delle capitanerie, con le loro formalità burocratiche. Nelle missioni di salvataggio, con il mare a forza otto in aumento , tutti soffrivano il mal di mare e  nessuno restava operativo  oltre il minimo indispensabile, tranne il comandante Nobili, il timoniere Sbisà e il marò Benetti che aveva come compito  di supporto di fare litri di caffè e  rifornire  periodicamente il sottocapo  Sbisà, triestino e pescatore, con due pacchetti di sigarette e una ‘’brunosa’’,  cioè una pagnotta con acciughe. Con questa dotazione Sbisà restava alla timoneria per tutto il viaggio, Nobili beveva un caffè dopo l’altro, verde in faccia ma inossidabile, e Gabriele che non soffriva troppo il mare , ‘’raccava’’ fuori bordo ma stava in piedi.  Con il Colosso  ha girato tutti i mari del Tirreno, dalla Sicilia e alla costa fra Sardegna e Corsica, lo stretto di Messina, le Bocche di Bonifacio, l’Adriatico da Otranto al Gargano,  soccorrendo i naufraghi e montando la guardia, una volta almeno, a un cadavere recuperato in mare.  ‘’Brutta esperienza’’ – commentava sempre -  di notte, da solo, con quel fagotto a pochi metri, ogni tanto mi sembrava perfino che si muovesse… il telo che lo copriva di gonfiava… forse con il vento, forse per i gas della decomposizione, sembrava che il morto si muovesse’’. Nonostante ciò, quel ragazzo ventenne fece tutto il suo turno  di guardia senza fiatare… dopotutto il Comandante Nobili aveva fatto un buon lavoro.

 


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