Storie di case - Borgovecchio
Borgovecchio.
La prima casa di cui ho memoria è quella in Borgovecchio, a Correggio. Potevo avere allora solo due o tre anni, ma ho il ricordo di un portico scuro e squallido (erano gli anni ’50); di un incredibile gabinetto posto su un alto gradino in muratura: un buco puzzolente, privo di acqua corrente, che veniva sommariamente tappato da un coperchio di legno dotato di un lungo manico. Penso che fosse così dai tempi dei tempi in cui il vetusto edificio era stato costruito: strette scale buie, anditi e ballatoi polverosi, le camere passanti che lasciavano completamente ciechi i locali intermedi; il quartiere era, ed è, il più antico della cittadina di Correggio, nella quale ho avuto fortuitamente i natali. Di quella casa ho in mente solo una stanza, la cucina, con un vano senza porta che portava in un secondo ambiente diviso con una tenda a motivi bianchi e verdi che tentava di garantire un minimo di privacy al lettone in cui dormivamo tutti e quattro: io, mia sorella, mamma e papà. Temo che fosse quella stessa tenda da cui, in tempi successivi, mamma ricavò una specie di pagliaccetto…anzi, due pagliaccetti identici per me e mia sorella: un costumino con delle braghette a sbuffo e una minuscola pettorina con bretelle che mi veniva imposto ogni estate, prima il mio e poi, a seguire, l’altro della misura di poco maggiore, fino a quando non fui troppo cresciuta per entrarvi.
Nella casa di Borgovecchio noi convivevamo con i nonni e con zio Nando, fratello minore di papà, allora giovanotto e fidanzato con quella che sarebbe diventata la zia Lilliana (proprio con due elle!) che abitava in una casa di proprietà solo qualche paio di portoni distante. La piazzetta in cui sbucava il portico era adiacente alla chiesa di Santa Maria, una delle numerose chiese e chiesette secondarie di Correggio che ne contava almeno altre tre di cui ho conservato il ricordo: San Francesco, la mia preferita, dall’architettura spartana dei Francescani e dallo snello campanile gotico; San Giuseppe, in cui penso di non essere mai entrata, posta di traverso in un lato del vasto piazzale che fronteggiava il Convitto Nazionale e anche la cappella annessa al convento delle Suore di Clausura, dalla ripida scalinata e dall’abside rotondeggiante, coronata da una bassa cupola ottagonale. Le chiese avevano l’atavica funzione di connotare le contrade e i rioni: nessuno nominava l’indirizzo civico, ma si diceva “sta in S. Francesco” o “in Santa Maria” e la lunga teoria delle case era perfettamente individuata, seguiva l’andamento delle vecchie mura cittadine, da tempo demolite, ma ancora ben presenti nella consuetudine popolare di indicare luoghi e abitudini. La gente si mandava spesso e volentieri a “fer un gir ad mùra”, espressione che voleva significare la stessa intenzione di dispregio di altre fraseologie vernacolari molto più sboccate, in uso per togliere di mezzo un interlocutore importuno.

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