La ''sgnòra'' Elena e ''Ruméla''
I proprietari dell’alloggio dei nonni in ‘’piasa Padèla’’ erano una mal assortita coppia di mezz’età, o almeno penso che viaggiassero, allora, verso la settantina, anche se ai bambini le persone più grandi sembrano sempre vecchie, anche più della loro età effettiva. Bene, nella gerarchia degli inquilini della casa d’affitto la ‘’sgnòra Elena’’ era certamente in cima alla scala sociale, non solo per la sua prerogativa di padrona di casa quanto per la statura imponente, la figura opulenta fino all’obesità, per il piglio burbero e sbrigativo che non ispirava confidenza e la sua renitenza ad uscire dall’appartamento al secondo piano, vera stranezza in un mondo femminile che viveva la maggior parte del proprio tempo insieme alle altre donne, fosse per aiutarsi nel bucato o condividere ‘’al filòoss’’. Questo rito merita una spiegazione : nella giornata delle casalinghe del secolo scorso, dopo le faccende domestiche e le incombenze famigliari arrivava il momento in cui ciascuna prendeva una seggiola bassa e si univa col proprio lavoro donnesco al gruppetto delle vicine, all’ombra del portico nella bella stagione o in qualche cucina ospitale, un po’ più grande dello stretto necessario. Chi sferruzzava, chi lavorava d’uncinetto, chi ricamava o cuciva maglie e maglioni, qualcuna intrecciava la paglia a cottimo, per conto terzi. Questa particolare forma di integrazione del bilancio famigliare era nell’Emilia dell’immediato dopoguerra una vera e propria forma di sfruttamento; le donne ricevevano la paglia già tagliata in sottili strisce, raccolta in fasci avvolti dentro panni mantenuti umidi, per renderla più flessibile ed elastica, e con dita agilissime la intrecciavano in una sorta di lunghissima serpentina avvolta su se stessa e pronta ad essere consegnata dietro compenso di poche, preziosissime lire che costituivano l’alternativa al lavoro servile. ‘’ Fèr la tressa’’ era la base di partenza per la realizzazione di cappelli di paglia, un articolo che nell’ economia agricola di allora aveva un mercato fiorente: a larga tesa, naturali o colorati, da uomo e da donna i cappelli di paglia erano un accessorio irrinunciabile per difendersi dal dardeggiante solleone della Bassa. In grazia del proprio maggior censo, dovuto alla riscossione delle pigioni, la sgnòra Elena non era obbligata a lavorare e non si univa al gruppo delle casigliane che spettegolavano in crocchio sotto il portico, questo l’avvolgeva in un’aura di superiorità che forse era solo solitudine, confinata nelle stanze semibuie , senza figli e persino senza un animale domestico, fosse anche solo un gatto o un canarino, per non pesare sul bilancio famigliare controllato con occhiuta parsimonia dal marito, Romeo detto ‘’Rumèla’’. L’avarizia di Rumèla era leggendaria e forse persino esagerata: giravano aneddoti maligni sulla sua abitudine di travestirsi da poveraccio quando doveva versare in banca il cespite degli affitti, coprendo gli abiti civili sotto una lurida palandrana che riservava a questa bisogna oltre che al controllo periodico delle uova sotto calce. Anche questa era una pratica che è stata sorpassata dalla storia: in un’epoca passata costituiva il solo metodo per conservare le uova più a lungo di quanto consentisse l’assenza di frigoriferi, come oggi si fa. Al pianterreno della casa d’abitazione Rumèla aveva un buio magazzino attrezzato, credo fin dal medioevo, con larghe e basse vasche di mattoni: sotto un velo d’acqua lattiginosa le uova restavano come fresche per un tempo che non saprei quantificare, ma necessitavano di essere periodicamente rigirate e controllate attraverso la speratura con una candela, per verificarne lo stato di conservazione. A questa pratica suppliva il signor Romeo, coperto con un berretto di tela il capo semicalvo e lustro di brillantina, indossata la sua palandrana come un camice sacerdotale, passava in rassegna le uova una ad una prima di riporle a dozzine nei cartoni a scomparti, pronte per la vendita. Con la sua bassa figura tondeggiante, il viso ornato di un vistoso doppio mento , le corte braccia portate distanti dal corpo e la voce gracchiante, Rumèla era l’incubo dei suoi affittuari, sempre in affanno per versare la pigione alla scadenza inderogabile del primo di ogni mese. Raccolto che avesse il suo gruzzolo, il padrone di casa indossava la vestaglia ‘’dii’ oov in calsèina’’ e si avviava alla più vicina filiale del Banco di San Gimignano e San Prospero che custodiva i suoi soldi. Che fosse milionario io non lo credo possibile, ma nel borghetto in San Francesco già la sua condizione più agiata di quella di un popolino che metteva insieme appena il pranzo con la cena suscitava una malcelata invidia o forse solo favolose quanto incredibili supposizioni. La Sgnòra Elena dominava dall’alto quel suo marito piccoletto con la sua statura imponente, avvolta dal riserbo con le sue pantofole silenziose e la sua passione per i fiori che, segnacolo di un animo insospettabilmente romantico, coltivava sulla terrazza all’ultimo piano. Un lastrico solare arroventato d’estate e gelido in inverno dove le altre donne avevano solo il permesso di stendere il bucato, mentre a me e a Martina, sole bambine in tutta la casa, era interdetto l’accesso che non fosse in compagnia della nonna per il tempo indispensabile a stendere e raccogliere la biancheria. Qualche vaso di coccio, una conca in cui l’acqua si stiepidiva al sole prima che la sgnòra Elena, con un cappelluccio di paglia sopra la tradizionale crocchia di capelli fermata dalle lunghe forcine di osso, passasse con un mestolo a dissetare i suoi fiori: gerani, zinnie e qualche pianta grassa. Il suo rapporto con la natura e il mondo esterno finiva lì, in quei pochi metri quadrati sopra i tetti della via Munari.

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