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Storie di case - Borgovecchio

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  Borg ovecchio . La prima casa di cui ho memoria è quella in Borgovecchio, a Correggio. Potevo avere allora solo due o tre anni, ma ho il ricordo di un portico scuro e squallido (erano gli anni ’50); di un incredibile gabinetto posto su un alto gradino in muratura: un buco puzzolente, privo di acqua corrente, che veniva sommariamente tappato da un coperchio di legno dotato di un lungo manico. Penso che fosse così dai tempi dei tempi in cui il vetusto edificio era stato costruito: strette scale buie, anditi e ballatoi polverosi, le camere passanti che lasciavano completamente ciechi i locali intermedi; il quartiere era, ed è, il più antico della cittadina di Correggio, nella quale ho avuto fortuitamente i natali. Di quella casa ho in mente solo una stanza, la cucina, con un vano senza porta che portava in un secondo ambiente diviso con una tenda a motivi bianchi e verdi che tentava di garantire un minimo di privacy al lettone in cui dormivamo tutti e quattro: io, mia sorella, ma...

Lorenzo, o come lo dicevan tutti, Renzo

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  Lo so che appare un incipit   scontato, ma per davvero lo zio Renzo, come lo chiamavano tutti, era Lorenzo all’anagrafe come il Tramaglino di Don Lisander, il Manzoni dei Promessi sposi. Nato nella bassa Lomellina, cresciuto in una famiglia contadina lo zio Renzo era riuscito ad affrancarsi dal lavoro nei campi per approdare alla professione di "lustron" lucidatore di mobili, in un periodo nel quale questo mestiere era ancora del tutto manuale e affidato alla perizia di artigiani che si tramandavano di generazione in generazione il segreto della gommalacca, dello spirito e del tampone di straccio. Lo zio Renzo aveva fatto la  Seconda Guerra in Africa come bersagliere ciclista, aveva ancora il casco piumato con il ciuffo di lustre penne di gallo che mostrava con un sospetto luccichio negli occhi chiari, di un colore così trasparente e cangiante da parere ora grigi ora verdi. Di quella esperienza bellica non conservava un buon ricordo, fatto prigioniero dalle truppe ingle...

Gabriele (finale di stagione)

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  Non so quanto l’incontro con la ragazzina diciottenne che ero abbia cambiato le prospettive o le decisioni di vita del Gabriele fresco di congedo, a ventitré anni, ma di fatto fu così. Dopo qualche vicissitudine e ripensamento, abbandonò la scelta della professione di chef, che pure gli piaceva tanto, per un più stabile impiego nella stampa a rotocalco; perciò seguì   la maestrina di prima nomina che prendeva servizio a Marchirolo e si trasferiva in pianta stabile da La Spezia   a Lavena, cominciando una nuova vita sul lago. La sua passione per la pesca, per l’acqua in generale e per questa esperienza d’acqua dolce che gli riportava alla memoria reminiscenze passate, lo fece adattare senza problemi alla vita del borgo. Due amori della sua vita, o forse tre, si trovavano così riuniti in un solo ambiente: la navigazione, con il suo burchiello, che curava e coccolava come una fuoriserie, la pesca con la canna, soprattutto ai boccaloni, i magnifici persici-trota che abbonda...

Gabriele, Il "marò" ( parte seconda)

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  Il mare è stato il secondo amore ‘’acquatico’’  del coscritto Gabriele Benetti da Adria, arruolato in marina e subito assegnato alla squadra atleti per il calcio, nella Capitaneria di porto di Taranto. I racconti di quel periodo sono forse quelli più affascinanti, anche se ricostruiti per accenni, per brevi aneddoti, per rievocazioni  circoscritte: come quella dello scontro con i contrabbandieri di sigarette, siamo negli anni’60 e questo commercio fioriva fra le coste della Puglia e la Grecia o l’Albania dall’altra parte, la motovedetta della Guardia costiera inseguiva la lancia dei contrabbandieri che, scaricata la merce dall’imbarcazione al largo, si dirigeva verso l’approdo  nella parte della città vecchia; gli occupanti  certo non avevano intenzione di cedere il loro carico e uno di loro, per allontanare questa possibilità, vibrò un colpo con un remo verso gli occupanti del mezzo militare. ‘’ Guarda, ho ancora la cicatrice’’ mi diceva,  e si tastava i...

Gabriele ( parte prima)

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  Gabriele è nato sull’acqua e l’acqua ha sempre avuto una parte importante nella sua vita: l’acqua lenta dei canali e delle lanche del delta del Po, dov’è nato: l’acqua fangosa e tiepida delle risaie del vercellese, dove è cresciuto; l’acqua salata e tempestosa del mare sul quale ha passato due anni della sua vita come marinaio, l’acqua calma e trasparente del lago sul quale abbiamo vissuto insieme per tutta la nostra vita fino ad oggi.  Quando poteva ancora raccontare, lui che di parole non è mai stato troppo prodigo, nei suoi racconti  dava all’acqua un ruolo centrale: prima di tutte, quella dell’alluvione del ’51, quando la piena del Po esondò fino al canal Bianco che fronteggiava la sua casa natale. L’acqua salì fino al tetto della piccola casa colonica nella quale viveva la sua famiglia, mamma Maria , papà Enrico, il Paròn, il nonno Albino, lui con i fratelli di poco maggiori, le sorelle ‘’grandi’’ che erano lontane, a servizio nella città di Milano. Gabriele ricord...

Il ''nonno'' Vincenzo e la ''nonna'' Sivia

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 I l nonno  Vincenzo e la nonna Sivia In realtà non erano proprio i mei nonni, ma i suoceri ‘’in famiglia’’ della sorella maggiore di mio padre, la zia Pia sposata Caprari, la sdoura che reggeva con piglio deciso la fattoria della Corbella, nel paese di origine della famiglia Nasi,  luogo deputato a graditi soggiorni campagnoli offerti a me e a Piera, le bimbe di suo fratello, purché brevi e a una per volta.   La fattoria era al centro di un podere che stendeva tutto intorno campi di grano e di  erba medica, filari di vite e canna da zucchero e occupava, oltre ai famigliari dei due sessi, anche una schiera di braccianti, stagionali e no, bovari e mozzi di stalla. La stagione della mietitura e trebbiatura, per esempio, era una vera e propria campagna militare: all’alba si preparava il caffè per la truppa nella grande cucina a pianterreno, si apparecchiava con tazze e tazzone la vasta tavola quadrata, si ammonticchiavano nei piatti le losanghe di gnocco frit...

La zia Celestina

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  Le sorelle di mia nonna Ines erano una galassia, e, per quanto si sforzasse la memoria, non si riusciva mai a completarne l’elenco, come accade per i sette nani:  Mora, Lina, Nina , Antonietta, Celestina, Oneglia… ma ogni volta ne dimenticavi sempre una. La mia preferita fra tutte era la zia Celestina: due ardenti occhi nerissimi, appena appena troppo infossati, una figura che, nel contesto della famiglia, pareva alta e slanciata, anche se a paragone con le ragazze di oggi sarebbe probabilmente giudicata mediocre, una lingua tagliente e la battuta prontissima, un comportamento disinvolto al limite dello sfrontato, la Celestina incarnava perfettamente il personaggio della proletaria, di   idee egualitarie, ma più tendenti all’anarchia che propriamente socialiste. Nei miei ricordi di bambina, affidata a turno ai parenti dopo che i miei genitori emigrarono a Lugano quando avevo poco più di due anni, la zia Celestina era un personaggio straordinario: per prima ebbe l’ardire...