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Tipi che spariscono : L'orto di Terrachini

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    Nella Correggio degli anni ’50 c’erano personaggi che  facevano veramente pensare che una cittadina che si avviava al boom economico con qualche decina di migliaia di abitanti era, in realtà , un paesone in cui gli abitanti dei diversi quartieri vivevano una vita sociale fatta di incontri, di relazioni, anche di sfottò: i soprannomi, per esempio, che identificavano le persone assai meglio dell’anagrafe. I n un giardinetto che si affacciava sul viale della Circonvallazione, ‘’la Mùra’’ come si indicava per ricordare che il tracciato seguiva quello dell’ abbattuta cinta difensiva, si poteva ammirare tutta una collezione di statuette di terracotta che raffiguravano in caricatura una serie di personaggi tipici. Ho dimenticato il nome dell’artista* [1] , veramente un maestro , che riusciva a identificare con pochi particolari le peculiarità di quei soggetti, tanto da renderli immediatamente identificabili. Mi ricordo, ad esempio, di Pistìn , l’ambulante che passava ogn...

La ''sgnòra'' Elena e ''Ruméla''

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  I proprietari dell’alloggio dei nonni in ‘ ’piasa Padèla’’ erano una mal assortita coppia di mezz’età, o almeno penso che viaggiassero, allora, verso la settantina, anche se ai bambini le persone più grandi sembrano sempre vecchie, anche più della loro età effettiva. Bene, nella gerarchia degli inquilini della casa d’affitto la ‘ ’sgnòra Elena’’ era  certamente in cima alla scala sociale, non solo per la sua prerogativa di padrona di casa quanto per la statura  imponente, la figura opulenta fino all’obesità, per il piglio burbero e sbrigativo che non ispirava confidenza e la sua renitenza ad uscire dall’appartamento al secondo piano, vera stranezza in un mondo  femminile che viveva la maggior parte del proprio tempo  insieme alle altre donne, fosse per aiutarsi nel bucato o condividere ‘’al filòoss’ ’. Questo rito merita una spiegazione : nella giornata delle casalinghe del secolo scorso, dopo le faccende domestiche e le incombenze famigliari arrivava  i...

La casa di via Munari

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  Piazza Padella Ignoro i motivi per cui la famiglia si trasferì dalle poche stanze in Borgovecchio alle stanze altrettanto povere e antiquate dal punto di vista abitativo in un altro quartiere di Correggio, più vicino alla chiesetta di san Francesco, santo al quale mia nonna tributava una tiepida devozione, molto meno fervida di quella ispiratale da sant’Antonio, per esempio o dal non ancora santo, ma molto venerato Padre Pio. Era comunque una chiesa nella quale la nonna poteva sfogare la sua ingenua ma solidissima pratica religiosa sacrificando ad offerte devote non poca parte dei suoi guadagni di collaboratrice domestica (diremmo ora) o meglio di sguattera e cuoca e donna di servizio (come in effetti era detta allora). Sta di fatto che l’alloggio al primo piano di uno stabile in via Munari al civico 6, come sanciva il catasto, o in Piasa Padèla , come veniva notoriamente identificata dal popolino, divenne la casa dei miei nonni, nella quale io ero ospite poi che i miei emigrar...

Tipi che scompaiono ( Borgovecchio , anni '50)

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    Il Borgovecchio era una comunità fatta di artigiani, ‘camarant’, operai e operaie della limitrofa industria farmaceutica Recordati, che dava lavoro alle ragazze e appestava, appena appena un po’, l’aria di quella contrada con i suoi afrori chimici. Oltre al “gobb Sigòla”, un altro personaggio che affascinava me bambina era il cavallante, cioè il conduttore di carro e cavallo che faceva il servizio di trasporto, un specie di corriere, che campava la famiglia con questa attività: robusto, nerboruto, mi incuriosiva per il colorito acceso che la sua carnagione di biondissimo assumeva in conseguenza dell’esposizione all’aria aperta, per le ciglia quasi bianche e gli occhi di un azzurro così pallido da sembrare bianchi anch’essi, nel rossore diffuso del volto; ma la vera attrattiva era costituita dal cavallo, anzi dalla cavalla, una possente creatura di razza nordica, dagli ampi zoccoli frangiati, dalla criniera biondastra, tanto che, ai miei occhi, poteva essere benissimo impar...

I cappelletti di Capodanno

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  Il giorno di Capodanno la mamma faceva, come sempre, i cappelletti in brodo. Era un rito inderogabile che cominciava qualche giorno prima: lo stracotto cuoceva per ore spandendo nella cucina il profumo di chiodi di garofano, vino rosso e noce moscata, l'afrore della carne rosolata arrivava dappertutto e tanto più deciso e marcato, tanto maggiore era la garanzia di un risultato strepitoso. La sfoglia era tirata a mano, rotonda, setosa, sottile come un foglio... ricordo che ne rubavo dei ritagli per abbrustolirli sulla piastra della stufa, come croccanti chips che sapevano di noccioline. I cappelletti con il loro ripieno disposto a palline si allineavano, panciutelli e tutti uguali, come reparti di soldatini schierati per la battaglia della festa. C'è tutta una tecnica sapiente per fare i cappelletti : gesti antichi di anni e anni, generazioni di ' 'sdore'' che l'hanno tramandata di madre in figlia : prendere il quadratino di pasta, posarci al centro un mucc...

personaggi del passato- Borgovecchio

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  La contrada di Borgovecchio confinava con una zona non edificata in cui forse un tempo si coltivavano gli orti suburbani e con un ampio viale di ippocastani che serpeggiava sul tracciato dell’antico fossato, ma, almeno al tempo di cui mi ricordo, ospitava un vasto gioco da bocce e uno spiazzo in cui si fermavano i carrozzoni delle giostre e degli scalcinati, piccoli circhi equestri, praticamente la sola forma di divertimento popolare. A interrompere la cerchia compatta delle case aprirono negli anni ’50 un sottopasso, unico accesso allo spazio esterno, fiancheggiato da una modesta trattoria, un’osteria con rivendita di tabacchi, tenuta da un personaggio pittoresco: “ al gobb Sigòla,” un ometto del tutto simile ad un goblin, con una assai prominente gibbosità che ne spiegava l’epiteto in modo lapalissiano e con una moglie arcigna e rossa di pelo, non altrimenti nota che come “la Dirce d’Sigòla”, la Dirce di Cipolli, posto che Cipolli o Cipolla fosse l’autentico cognome della fami...

Storie di case - Borgovecchio

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  Borg ovecchio . La prima casa di cui ho memoria è quella in Borgovecchio, a Correggio. Potevo avere allora solo due o tre anni, ma ho il ricordo di un portico scuro e squallido (erano gli anni ’50); di un incredibile gabinetto posto su un alto gradino in muratura: un buco puzzolente, privo di acqua corrente, che veniva sommariamente tappato da un coperchio di legno dotato di un lungo manico. Penso che fosse così dai tempi dei tempi in cui il vetusto edificio era stato costruito: strette scale buie, anditi e ballatoi polverosi, le camere passanti che lasciavano completamente ciechi i locali intermedi; il quartiere era, ed è, il più antico della cittadina di Correggio, nella quale ho avuto fortuitamente i natali. Di quella casa ho in mente solo una stanza, la cucina, con un vano senza porta che portava in un secondo ambiente diviso con una tenda a motivi bianchi e verdi che tentava di garantire un minimo di privacy al lettone in cui dormivamo tutti e quattro: io, mia sorella, ma...

Lorenzo, o come lo dicevan tutti, Renzo

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  Lo so che appare un incipit   scontato, ma per davvero lo zio Renzo, come lo chiamavano tutti, era Lorenzo all’anagrafe come il Tramaglino di Don Lisander, il Manzoni dei Promessi sposi. Nato nella bassa Lomellina, cresciuto in una famiglia contadina lo zio Renzo era riuscito ad affrancarsi dal lavoro nei campi per approdare alla professione di "lustron" lucidatore di mobili, in un periodo nel quale questo mestiere era ancora del tutto manuale e affidato alla perizia di artigiani che si tramandavano di generazione in generazione il segreto della gommalacca, dello spirito e del tampone di straccio. Lo zio Renzo aveva fatto la  Seconda Guerra in Africa come bersagliere ciclista, aveva ancora il casco piumato con il ciuffo di lustre penne di gallo che mostrava con un sospetto luccichio negli occhi chiari, di un colore così trasparente e cangiante da parere ora grigi ora verdi. Di quella esperienza bellica non conservava un buon ricordo, fatto prigioniero dalle truppe ingle...

Gabriele (finale di stagione)

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  Non so quanto l’incontro con la ragazzina diciottenne che ero abbia cambiato le prospettive o le decisioni di vita del Gabriele fresco di congedo, a ventitré anni, ma di fatto fu così. Dopo qualche vicissitudine e ripensamento, abbandonò la scelta della professione di chef, che pure gli piaceva tanto, per un più stabile impiego nella stampa a rotocalco; perciò seguì   la maestrina di prima nomina che prendeva servizio a Marchirolo e si trasferiva in pianta stabile da La Spezia   a Lavena, cominciando una nuova vita sul lago. La sua passione per la pesca, per l’acqua in generale e per questa esperienza d’acqua dolce che gli riportava alla memoria reminiscenze passate, lo fece adattare senza problemi alla vita del borgo. Due amori della sua vita, o forse tre, si trovavano così riuniti in un solo ambiente: la navigazione, con il suo burchiello, che curava e coccolava come una fuoriserie, la pesca con la canna, soprattutto ai boccaloni, i magnifici persici-trota che abbonda...

Gabriele, Il "marò" ( parte seconda)

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  Il mare è stato il secondo amore ‘’acquatico’’  del coscritto Gabriele Benetti da Adria, arruolato in marina e subito assegnato alla squadra atleti per il calcio, nella Capitaneria di porto di Taranto. I racconti di quel periodo sono forse quelli più affascinanti, anche se ricostruiti per accenni, per brevi aneddoti, per rievocazioni  circoscritte: come quella dello scontro con i contrabbandieri di sigarette, siamo negli anni’60 e questo commercio fioriva fra le coste della Puglia e la Grecia o l’Albania dall’altra parte, la motovedetta della Guardia costiera inseguiva la lancia dei contrabbandieri che, scaricata la merce dall’imbarcazione al largo, si dirigeva verso l’approdo  nella parte della città vecchia; gli occupanti  certo non avevano intenzione di cedere il loro carico e uno di loro, per allontanare questa possibilità, vibrò un colpo con un remo verso gli occupanti del mezzo militare. ‘’ Guarda, ho ancora la cicatrice’’ mi diceva,  e si tastava i...

Gabriele ( parte prima)

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  Gabriele è nato sull’acqua e l’acqua ha sempre avuto una parte importante nella sua vita: l’acqua lenta dei canali e delle lanche del delta del Po, dov’è nato: l’acqua fangosa e tiepida delle risaie del vercellese, dove è cresciuto; l’acqua salata e tempestosa del mare sul quale ha passato due anni della sua vita come marinaio, l’acqua calma e trasparente del lago sul quale abbiamo vissuto insieme per tutta la nostra vita fino ad oggi.  Quando poteva ancora raccontare, lui che di parole non è mai stato troppo prodigo, nei suoi racconti  dava all’acqua un ruolo centrale: prima di tutte, quella dell’alluvione del ’51, quando la piena del Po esondò fino al canal Bianco che fronteggiava la sua casa natale. L’acqua salì fino al tetto della piccola casa colonica nella quale viveva la sua famiglia, mamma Maria , papà Enrico, il Paròn, il nonno Albino, lui con i fratelli di poco maggiori, le sorelle ‘’grandi’’ che erano lontane, a servizio nella città di Milano. Gabriele ricord...

Il ''nonno'' Vincenzo e la ''nonna'' Sivia

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 I l nonno  Vincenzo e la nonna Sivia In realtà non erano proprio i mei nonni, ma i suoceri ‘’in famiglia’’ della sorella maggiore di mio padre, la zia Pia sposata Caprari, la sdoura che reggeva con piglio deciso la fattoria della Corbella, nel paese di origine della famiglia Nasi,  luogo deputato a graditi soggiorni campagnoli offerti a me e a Piera, le bimbe di suo fratello, purché brevi e a una per volta.   La fattoria era al centro di un podere che stendeva tutto intorno campi di grano e di  erba medica, filari di vite e canna da zucchero e occupava, oltre ai famigliari dei due sessi, anche una schiera di braccianti, stagionali e no, bovari e mozzi di stalla. La stagione della mietitura e trebbiatura, per esempio, era una vera e propria campagna militare: all’alba si preparava il caffè per la truppa nella grande cucina a pianterreno, si apparecchiava con tazze e tazzone la vasta tavola quadrata, si ammonticchiavano nei piatti le losanghe di gnocco frit...

La zia Celestina

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  Le sorelle di mia nonna Ines erano una galassia, e, per quanto si sforzasse la memoria, non si riusciva mai a completarne l’elenco, come accade per i sette nani:  Mora, Lina, Nina , Antonietta, Celestina, Oneglia… ma ogni volta ne dimenticavi sempre una. La mia preferita fra tutte era la zia Celestina: due ardenti occhi nerissimi, appena appena troppo infossati, una figura che, nel contesto della famiglia, pareva alta e slanciata, anche se a paragone con le ragazze di oggi sarebbe probabilmente giudicata mediocre, una lingua tagliente e la battuta prontissima, un comportamento disinvolto al limite dello sfrontato, la Celestina incarnava perfettamente il personaggio della proletaria, di   idee egualitarie, ma più tendenti all’anarchia che propriamente socialiste. Nei miei ricordi di bambina, affidata a turno ai parenti dopo che i miei genitori emigrarono a Lugano quando avevo poco più di due anni, la zia Celestina era un personaggio straordinario: per prima ebbe l’ardire...

Il cugino Contardo

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  Il cugino Contardo. Intanto il nome: non so proprio da dove fosse arrivato questo inusuale appellativo, forse da un patronimico di famiglia, poiché Contardo era il cugino di mio padre, figlio della zia Lea, la sorella del nonno, che aveva cresciuto una famiglia di soli uomini, un marito ( al sio Carlo ) e tre figli maschi,   di cui Contardo era il maggiore. Esuberante, vulcanico e del tutto insofferente a qualunque regola o convenzione, Contardo era la pecora matta della famiglia, non proprio nera, ma certo colorata di un grigio molto, molto carico! Cresciuto in una famiglia come la nostra, nella quale il lavoro era   il precetto,   la disciplina il metodo e l’obbedienza la prassi, lui riusciva a ignorare tutto il corollario e restare comunque nelle grazie di tutti, per la sua simpatia travolgente da ‘’canaglia’’ dotata di una fanciullesca innocenza, di un genuino affetto e di un’innata capacità di manifestarlo   che gli faceva perdonare una sostanziale nul...